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La sola solitudine che valga la pena.

lunedì 10 aprile 1995

a J.L.B.

Con ancora una mano sul dizionario, Aaron provò paura. Arrivare fin là era stato un gioco, un divertimento da ricchi spensierati. Adesso guardava nel vuoto e premeva la fronte contro il freddo della finestra.

Aveva terminato: era un profeta.

Non che lo fosse di nascita, nemmeno di condizione o di elezione divina: aveva scoperto, dotato solo di una comune intelligenza, di testardaggine e di una biblioteca lasciatagli in eredità da uno zio che aveva fumato troppo, quali parole bisognasse pronunciare per diventare profeta.
Le aveva sussurrate sicuro e già un poco dubbioso in terrazza, guardando fisso Aldebaràn. Era un profeta.

Sostanzialmente era uno scettico, ma di quegli scettici radicali che, per essere coerenti fino in fondo, dubitano del proprio scetticismo, per non adagiarsi su molli compromessi. In questo modo, spesso, finiscono per credere nelle cose più strampalate. Aaron, quindi, che aveva intrapreso la ricerca più che altro per distrarsi dalla pesantezza di un’estate torrida, si trasformò ben presto non solo in un convinto, ma in un fanatico.
Fece il passo decisivo del fanatico (che sul momento non sembra diverso da altri passi in avanti): finalizzò la conoscenza ad uno scopo meschino, cioè bestemmiò contro lo spirito. Mi pare giusto che non venga perdonato.

Accumulando cabale, saghe, versetti e frammenti non era aumentata la sua conoscenza, né la sua sensibilità, né l’acume, né l’erudizione: si trattava di una ricerca strettamente finalizzata a un obiettivo unico e altisonante. Con un’incoscienza che ora lo faceva rabbrividire, Aaron si giustificava dicendosi di non avere in realtà un vero e proprio desiderio di riuscire nello scopo: si illudeva di coltivare la ricerca allo stato puro, come se si trattasse di equazioni con numeri immaginari o di investigazioni sulla moglie di un altro. Si convinse ad andare avanti per poter continuare a gustare il sapore asprigno dell’intelletto al lavoro, delle ipotesi che si accavallano e superano le abilità manuali.
Pensò di essere puro e disinteressato.

Erano in numero infinito, le bugie che Aaron poteva inculcarsi. Scelse l’esatto contrario della verità, forse per il sapore di mistificazione che è tipico del fanatico.

Un sapore simile gli aveva procurato un mal di testa intenso e un tonfo al cuore sei mesi prima, quando la faccia di cuoio di un antiquario curdo, muovendosi tra tendaggi, riflessi di un sole arancione, astrolabi e pappagalli, lo aveva scrutato a lungo dall'interno di una tenda. Aaron, fermo in strada, pieno di polvere e cartacce bisunte da portare al tribunale, decise di entrare, più che altro per ritorcere quello sguardo contro il vecchio stesso, che, nelle intenzioni del nostro eroe, si sarebbe dovuto sgretolare come un sogno tra gli spilloni di vetro del mattino. Ma gli occhi del rettilone da tenda, anzichè contrarsi e posarsi sulle proprie babbucce, continuavano a navigare, lenti, paludosi, stagnanti, e marchiarono a fuoco le pupille di Aaron, costringendo quest'ultimo alla resa ignobile: parlare per primo, ammetter la propria condizione in divenire, scoperchiare il disordine putescente delle frattaglie cerebrali. Alle domande del giovane il vecchio non fece molto caso, bisogna dire; preferì anzi, non richiesto, sperperare qualche grano di saggezza, socchiudendo un atlante. Disse il curdo:
"Tra le tante cose che il mondo ha scordato, c’è questa: si può diventare profeti, se si sa parlare correttamente."
Alle insistenti domande di Aaron, il curdo aveva aggiunto solo un’altra precisazione "Parlare correttamente significa saper dire le parole giuste, al momento giusto, nel giusto ordine. Significa saper vincere la tentazione di dire anche quelle superflue, cioè la maggior parte, che sono responsabili delle declinazioni, dei proverbi, dell’ironia, dei motti di spirito, dei giochi di parole, di questo racconto; insomma del dolore."
Aaron tornò a casa per la via più lunga e silenziosa, elaborando un piano di lavoro. Non ascoltò la serva che gli annunciava la cena.

Come riuscì nel suo intento, è secondario. Forse rapì il curdo, forse lo torturò, o forse ebbe davvero l’unico colpo di genio della sua vita. Non ci interessa.

Fu una ricerca fredda la sua, una sfida senza la memoria o il presentimento di cosa avrebbe potuto comportare una eventuale vittoria.

Solo ora Aaron ci pensava, con la fronte gelata e gli occhi rossi di calore cartaceo, ora si sentiva più fragile, più piccolo e più riluttante a misurarsi con questioni enormi e spaventose come la profezia; ma ora, guarda caso, era un profeta. Lo prendevano i rimorsi: se avesse impiegato tutto quel tempo per imparare l’urdu o il francese, o per corteggiare cameriere, o per sedersi su un ciglio della strada a osservare la gente, non sarebbe stato meglio? Aaron non aveva la minima idea di come si possa fare il profeta, né, a dirla proprio intera, di cosa fosse esattamente un profeta, quale il suo ruolo, i suoi doveri morali e deontologici, il suo posto nelle piccole gerarchie regionali, nell'enormità del creato.
Era un pasticcio. "A che serviranno mai i profeti ?"- si domandava uno spazientito Aaron misurando a lunghi passi lo studio. "Il mondo non ha forse avuto sempre paura di Cassandra, di Gesù, di Gandhi? Non è una ben triste sorte quella di saper dire cosa succederà ? Chi mi proteggerà ? Dovrò perdere questo bel palazzo pieno di legni odorosi e marmi variegati solo perché ho avuto l’orgoglio di sapere quello che sapeva un povero curdo straccione ?"

Bisognerebbe avvertire Aaron di concentrarsi sulle preoccupazioni giuste, dirgli che il passato è passato, e che il vero atto d’orgoglio, adesso, sarebbe far finta di niente, continuare ad andare la mattina ai bagni turchi, a comprare il foglio delle notizie e la frutta in centro, come se niente fosse, come se non premesse un’umanità vociante e sgraziata alle sue tempie e alle sue orbite per sapere, per farsi dire, per potersi giustamente proteggere e premunire dalle calamità future. Bisognerebbe spiegargli che il meglio che può fare, ormai, è accettare la situazione e mettersi a fare il profeta meglio che può. Non è poi così difficile inventare storie credibili: è una questione di proporzioni.

Ma Aaron ebbe una cattiva consigliera, la paura, è meditò di ingannare il mondo.

Egli non sa o non vuol sapere che domani, quando uscirà, andrà magari bene per i primi cento metri, ma poi il macellaio e il panettiere noteranno le sue rughe da profeta, il suo passo che contiene una consapevolezza che va oltre l’istante breve e vergognoso delle passioni e dei litigi; le bambine e gli intellettuali dei caffè sbaveranno per sapere, quando vedranno la sua fronte spaziosa da profeta, il naso di altra era e dominio, e cominceranno a rincorrerlo con braccia ossute, curve all’infuori. Il curdo, naturalmente, non si vedrà da nessuna parte. Solo allora Aaron, già sudato e in procinto di mettersi a correre, capirà che il curdo, pur potendo diventare anche lui profeta, aveva saputo rinunciare. Il dannato vecchiardo (perchè solo adesso ne ricordava il ghigno bianco e freddo ?), aveva senz'altro preferito spingere dentro l’abisso i vanitosi, gli oziosi, gli insicuri dei propri talenti, i ribelli. Chissà quante volte già aveva sprofondato uomini deboli e orgogliosi nel suo inferno di parole; forse era immortale, forse il diavolo, forse si baloccava con profeti-giocattolo dall’eternità, e si girava a tossire di gioia verso il muro quando gli arrivava la notizia di Socrate avvelenato, di Gesù crocifisso.

Forse il curdo era Dio. Questo pensiero, la possibilità di condividere la sola solitudine che valga la pena, quella di essere un profeta inviato da Dio, rincuorò per un attimo Aaron, prima che la folla tumultuosa che lo aveva rincorso gli si gettasse addosso travolgendolo nella piazza del mercato, e uno zoccolo disperato gli schiacciasse la trachea.

Aaron non condivise proprio un bel niente, in realtà. Fu profeta, ma non migliore degli altri. Anzi, un poco sotto la media.

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